Yagè : al confine tra i mondi

di Ilyas Talamali | 8 Maggio 2024

Articolo scritto in occasione del master in “Death studies & the end of life” frequentato presso l’università di padova a.a 2017/2018.

L’articolo ha come obiettivo quello di portare a conoscenza del lettore gli studi sugli stati alterati di coscienza ottenuti per mezzo dell’assunzione di piante cosiddette enteogene o più conosciute col nome di piante “maestro”. L’attenzione è posta in particolare sull’ayahuasca, detta anche “liana degli spiriti”, ossia una bevanda sacra usata da migliaia di anni nelle cerimonie sciamaniche delle popolazioni indigene della foresta amazzonica. La bevanda psichedelica è prodotta dall’unione di 2 piante, la liana Banisteriopsis caapi e le foglie della psychotria viridis, le quali per produrre l’effetto voluto devono essere bollite insieme per parecchie ore secondo una procedura ormai codificata nel corso dei secoli.

Nell’articolo è esposto con maggior dettaglio il meccanismo chimico farmacologico per mezzo di cui gli alcaloidi della pianta agiscono e in particolare si pone l’attenzione sulla DMT (dimetiltriptamina), molecola chiave che dagli studi fatti sembra essere il pivot a cui ruotano attorno le esperienze e le visioni descritte dai soggetti che hanno assunto la sostanza.

Tra le varie esperienze descritte da quest’ultimi e riportate in letteratura è stato dato maggior risalto visto l’argomento del master in questione e vista l’esperienza personale di chi scrive a quelle che presentano straordinarie somiglianze con i resoconti di persone che hanno vissuto una NDE (near death experience) e alle esperienze descritte in certi libri sacri quali il libro tibetano dei morti e il libro egizio dei morti riguardo il presunto viaggio dell’anima dopo la morte del corpo fisico.

Essendo questo un campo di ricerca non solo estremamente affascinante ma anche massimamente importante per ciò che va a toccare, nella parte conclusiva dell’articolo, si pongono una serie di interrogativi che lungi dall’ avere risposta certa vogliono essere uno stimolo affinché la ricerca possa proseguire con sempre maggior interesse.

ARTICOLO

Dicembre 2016. Una data che rimarrà per sempre impressa nella mia mente e nel mio cuore. Fu la mia prima e praticamente unica esperienza con quella che gli sciamani del bacino del Rio delle Amazzoni chiamano la “nonna saggia”, ossia l’ayahuasca, una bevanda psichedelica considerata sacra.

La cerimonia era guidata da uno sciamano peruviano di antico lignaggio che allo stesso tempo era anche uno psicologo di formazione occidentale. I partecipanti erano 5 o 6 e la cerimonia ha rigorosamente seguito i canoni della tradizione rituale legata all’uso di questa bevanda, ossia cerimonia fatta nelle ore notturne, uso del tabacco rituale (definito rape’, il quale non viene fumato dai partecipanti, ma direttamente insufflato nelle loro narici, tramite un apposito strumento, dallo sciamano), presenza di canti sacri di protezione e accompagnamento (chiamati icaros ). Altri elementi vengono tralasciati dato che questo articolo non ha la finalità di fornire un resoconto antropologico della cerimonia.

L’esperienza fu sconvolgente. Dopo circa 1 ora dall’assunzione della bevanda sentii come un turbine di energia roteare al centro della fronte, accompagnato da sensazioni molto nette di alternanza di brividi di freddo e gran caldo. Dopo questa fase iniziale, mi ritrovai con la coscienza dentro al corpo. Quello che posso riportare con le parole mira a dare una vaga idea di ciò che ho provato. Le parole sono come il dito che indica la luna. Non potranno mai essere la luna stessa e certe esperienze sono ed è bene che restino quasi indicibili e incomunicabili. Quando dico con la coscienza dentro al corpo intendo che in qualche modo ero “dentro” le mie fibre muscolari, “dentro” le mie sinapsi cerebrali, “dentro” il nucleo delle mie cellule. La coscienza si stava spostando prepotentemente in piani “altri”, dominati da leggi a noi in gran parte sconosciute (o meglio sconosciute alla gran parte della gente ma descritte dagli sciamani di qualsiasi tempo e latitudine). Questa fase di “spostamento” è stata accompagnata da sensazioni che definire di terrore e paura abissale non rende bene l’idea. Qualcosa che non si augurerebbe neppure al peggior nemico. Un senso di solitudine infinita che non ha paragoni. Come se avessi sperimentato quella sofferenza immane di abbandono che tutte le religioni e le misteriosofie di ogni tempo hanno indicato con il sentirsi separato da ciò che chiamiamo “Dio” o la sorgente prima se così si vuol definire.

Ad un certo punto vidi e sentii i ricordi delle persone che amavo scivolarmi davanti agli occhi come se una forza potente, a cui non potevo resistere nonostante cercassi di oppormi con tutte le mie forze, me li stesse strappando.

Era come essere nel bel mezzo di una corrente di un fiume in piena. Ogni appiglio che mi legava allo stato di coscienza ordinario, alla mia consueta identità di “Ilyas” stava per saltare. Per rendere l’idea metaforica era come essere su un pontile i cui piloni saltavano uno ad uno e io tra poco sentivo sarei finito senza ombra di dubbio in acqua. Con il barlume di coscienza ordinaria che mi rimaneva in quei momenti era assai forte la convinzione che stavo per morire quando ad un tratto mi trovai in una luce così indescrivibile che non potrei definire in altro modo come “l’occhio di Dio”. Fu una sensazione che non ha eguale in campo ordinario. Sarebbe sbagliato dire che “ero fuso con il tutto”. Ero ogni cosa, ogni tempo e ogni luogo. Un eterno infinito presente carico di ogni potenzialità. Feci un viaggio dalla comparsa della vita ai suoi primordi, dalla prima cellula, dal primo uovo fino ai giorni nostri attraversando tutte le ere. In quello stato il vedere è al medesimo tempo un sentire e un essere. Ribadisco il fatto di come ogni parola che sto usando nel riportare al lettore questa esperienza sia in realtà fuorviante. L’esperienza era al di là di qualsiasi concetto, parola o stato mentale ordinario e per questo motivo si può parlare quasi esclusivamente attraverso metafore per rendere una vaga idea.

Dopo questa esperienza nell’assoluto ho fatto il viaggio a ritroso riprendendo per poco tempo la consapevolezza di essere Ilyas, ossia un io separato da tutto il resto. E poi via di nuovo in quella luce e poi ritorno e via così non saprei dire per quante volte. Ogni volta che tornavo rivedevo i miei muscoli dall’interno e le mie connessioni nervose cerebrali fino a riprendere per breve tempo la consapevolezza del me ordinario. Dire in quanto tempo o quante volte, usando i nostri normali riferimenti riguardo al tempo, in quello stato non ha senso. L’esperienza in tutto è durata circa 5 ore ma me ne resi conto solo una volta che l’effetto della bevanda era terminato. Per me quelle 5 ore potevano essere 50 o 1 minuto. In uno stato non ordinario di coscienza il tempo e lo spazio come lo conosciamo noi scompare.

Nell’ultima parte se così si può dire ho sentito in maniera inequivocabile la presenza amorevole di una “nonna saggia” che in qualche modo mi stava curando e ricostruendo il mio corpo energetico. Sono consapevole  che questi sono termini che a noi suonano un poco strani, ma non saprei davvero trovare altre parole per definire il tutto. Proprio una nonna saggia, come appunto viene definito lo spirito dell’ayahuasca in Amazzonia.

In certi momenti della cerimonia ho avuto anche dei conati di vomito ma non ho mai vomitato realmente. Spesso in effetti può accadere che l’assunzione della bevanda possa provocare vomito e diarrea. Secondo le conoscenze tradizionali degli sciamani questi effetti non solo rappresentano una sorta di purificazione fisica ma anche emotiva e spirituale, come se attraverso gli effluvi che fuoriescono dal corpo in quei momenti fuoriescono anche emozioni e conflitti disturbanti o traumatici per la persona in questione. In un certo modo è una sorta di vomito energetico che non ha nulla a che fare con il tipo di vomito e diarrea come siamo abituati di solito.

Per concludere il seppur breve resoconto dell’esperienza, ricordo come mentre la coscienza si stava ristabilendo in maniera definitiva nello stato di coscienza ordinario a me veniva da toccarmi o battere con movimenti leggeri la sommità del capo, proprio quel punto che praticamente tutte le sapienze iniziatiche indicano essere la porta di passaggio con altre realtà o altri piani. In effetti io mi sentivo come se in un certo qual modo fossi uscito da quella porta e poi rientrato. Quel punto definito sahasrara nella tradizione indù, tien men in quella cinese (in realtà con questo nome indicano un punto del corpo energetico posto a circa 10 cm dal vertex) e settimo centro in quella occidentale.

Ricapitolando fu un’esperienza che come ho detto all’inizio fu sconvolgente. Era come se una goccia d’acqua avesse, se pur per un breve momento, preso coscienza di essere la vastità dell’oceano per essere poi tornata di nuovo con la coscienza di essere goccia. Ma ormai non poteva essere più quella di prima. Quell’esperienza letteralmente polverizzò tutte quelle pseudo certezze personali e accademiche che potevo eventualmente avere in me. Per una settimana non riuscii a concentrarmi nelle mie consuete attività quotidiane. Ho cercato nei siti e nelle librerie tutta la documentazione possibile riguardo esperienze e studi legati a questa bevanda. La mia esperienza con la “liana degli spiriti” mi fece comprendere come alcune cose che si sentivano attorno a questa bevanda utilizzata da secoli in Amazzonia non fossero solo leggende e dicerie, ma invece cose che per quanto distanti dalla nostra realtà abituale possano invece essere tremendamente reali, forse più reali anche di quella che consideriamo la realtà stessa.

E se oltre agli stati di coscienza che consideriamo normali come il sonno senza sogni, il sogno e la veglia ne esistessero altri? Stati in cui l’uomo potrebbe ricordare o fare cose di norma precluse negli stati abituali? La storia dell’antropologia insegna che fin da quando esiste l’uomo ha sempre cercato metodologie per avere contatti con un cosiddetto “altrove”. Un altrove che non si intende in luoghi fisici distanti ma bensì in posti sconosciuti dentro l’essere umano stesso. Quanti mondi abitano l’uomo? Questa è una delle domande capitali. Più si va indietro nel tempo e più si vede che per gran parte dei popoli antichi l’uomo era considerato un viaggiatore tra i mondi (quali mondi?) e ampia importanza era attribuita alle cosiddette tecnologie del sacro che danno la possibilità all’uomo di spostarsi in questi mondi interiori. Le piante psicotrope sono solo uno di questi metodi e sarebbe un grosso errore ritenerle come l’unico valido. Come dimostra il grande Mircea Eliade nel suo monumentale lavoro “Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi” molteplici sono i metodi escogitati dagli sciamani nel corso dei secoli per sviluppare le abilità al viaggio e agli spostamenti di piano di coscienza, tra cui la preghiera ininterrotta attraverso l’uso di litanie e mantra, l’uso del respiro in una certa maniera ( interessanti gli studi sugli stati alterati di coscienza indotti dal respiro circolare di Stanislav Grof ), il digiuno, la privazione del sonno, danze sfrenate cadenzate dal suono del tamburo rituale, e altri ancora che non sto ad elencare.

Una cosa che mi ha colpito assai poco dopo la mia esperienza con l’ayahuasca fu quando mi capitò tra le mani il famoso “Libro rosso” del grande Carl Gustav Jung. Mi colpii come certe immagini riportate da Jung nel suo libro attribuite a certe sue visioni interiori fossero analogicamente molto vicine a certi contenuti sperimentati da me sotto l’effetto dell’ayahuasca. Che io sappia Jung non conosceva la bevanda e perciò deve esservi arrivato per altre vie. Come dire le strade possono essere diverse, ma la psiche nelle sue profondità ha dei mitologemi e dei contenuti archetipici abbastanza costanti per tutti (a tal proposito estremamente interessanti sono gli studi riportati dal dottor Claudio Naranjo nel suo libro “Ayahuasca il rampicante del fiume celeste”, in cui riporta le trascrizioni di alcune sedute di psicoterapia di alcuni suoi pazienti effettuate sotto l’effetto di armalina).

Prima di entrare nel vivo della chimica dell’ayahuasca e degli studi a lei correlati con uno sguardo particolare a certe esperienze molto vicine alle NDE, desidero esporre alcune ultime riflessioni personali riguardo alla mia esperienza.

Mai come in questo caso mi è tornato in mente il famoso detto “vale più la pratica della grammatica”. Uno dei più bei insegnamenti che mi sono stati trasmessi durante la mia formazione da antropologo è quello che un vero antropologo lavora sul campo. La teoria serve come guida all’esperienza ma nulla può sostituirsi all’esperienza. L’antropologo deve accettare con umiltà di essere cambiato e modellato da quella che un mio professore definiva in modo mirabile “l’alchimia del lavoro sul campo”. Se questi insegnamenti fossero tenuti maggiormente a mente soprattutto in campo accademico, ma non solo, si eviterebbero di scrivere e dire tante corbellerie. Certo ci vuole umiltà e soprattutto accettare che tutto possa essere messo continuamente rimesso in discussione. D’altronde questo deve essere lo spirito di un vero scienziato e di un vero ricercatore. Ogni teoria è un modello della realtà e la vera scienza ben sa che ogni teoria è valida finché non viene confutata. Le difficoltà nel campo che sto esponendo sono ancora maggiori che in altri campi. Qui rischia di crollare il fondamento stesso della nostra epistemologia, le basi stesse su cui poggia il nostro modo di vivere e pensare il mondo, e dunque il modo stesso di fare ricerca.

Quante cose ho letto e sentito dire riguardo l’ayahuasca da gente che non l’ha mai assunta. Se l’avessero provata e conosciuta non scriverebbero certamente le stesse cose. Certo l’ayahuasca ha sicuramente i suoi rischi e non è una cosa da prendere alla leggera o che si può fare così tanto per fare. Ma molto dipende dal contesto in cui si prende e dalla preparazione di chi è preposto a guidare la cerimonia. Non tutti possono prenderla. Ci vuole una certa preparazione. Non è questa la sede per entrare nei particolari ma ribadisco non è una cosa che si può fare per gioco. Ora anche qui da noi ci sono persone poco preparate che si autoproclamano sciamani quando in realtà sono solamente ciarlatani interessati a far soldi che propongono cerimonie. E quindi le persone interessate a fare questo tipo di esperienza devono avere una grande capacità di discernimento. Ma tra affermare questo e demonizzare l’ayahusca in toto c’è una bella differenza. Ed io per onestà morale, intellettuale e scientifica devo ribadire questo.

Nei giorni seguenti alla cerimonia era forte in me la sensazione che del mondo nonostante tutta la nostra scienza, la nostra boria e tracotanza abbiamo capito ben poco. Quanti resoconti antropologici ho letto di antropologi che andavano in qualche villaggio sperduto del globo e studiavano gli sciamani riportando con dovizia di particolari ogni operazione compiuta dallo stesso. Ma mi chiedo: quanti di essi hanno viaggiato con lo sciamano? Nella maggioranza dei casi quando l’antropologo riporta ad esempio che lo sciamano riferisce di aver guarito una persona viaggiando in stato di trance recuperando l’anima del malato, in realtà pensa che tutta questa cosa che li viene raccontata sia una storiella, o al massimo una metafora. Non dimentichiamoci che l’antropologia è una creazione occidentale figlia del pensiero occidentale e la cosa più difficile è osservare l’alterità dell’altro limitando il più possibile il filtro costituito dalla cultura in cui siamo nati. E io dunque provocatoriamente chiedo: e se invece lo sciamano stesse descrivendo una realtà ben reale, ma reale nello stato di coscienza alterato in cui si trova? Come potrebbe comprenderlo l’antropologo che invece si trova nello stato di realtà ordinario? E se ogni piano avesse le sue leggi? E chi mi dice che il piano considerato ordinario sia più reale di quello sperimentato dallo sciamano? Noi consideriamo ordinario il nostro stato abituale perché è quello sperimentato dalla maggioranza delle persone ma questo non esclude che possano esistere altri piani. Gli ultimi studi nel campo della fisica quantistica con la teoria delle superstringhe e degli universi paralleli riporta in vita il pensiero delle antiche cosmogonie. Forse questa sarà un’epoca in cui spirito e materia potranno nuovamente riunirsi risanando la frattura cartesiana della divisione tra i due. Leggendo alcuni degli ultimi libri del grande Albert Enstein ad esempio non si capisce se siano scritti da un fisico o da un teologo.

Scrivo questo per mettere seriamente in guardia dai rischi di una speculazione filosofica fine a se stessa, da elucubrazioni mentali che girano intorno senza portare a nulla. Quello che mi preme dire è che esistono metodi per poter fare esperienza diretta che l’essere umano è in realtà un essere multidimensionale. E dico esperienza. Una volta che è fatta non si può tornare indietro. Potremmo stare ore e ore a descrivere la bellezza dell’innamoramento o la dolcezza dello zucchero a qualcuno che non li ha mai provati, ma finché non li prova non potrà mai capirli. Potrà elucubrare su di essi ma non viverli.

Dopo queste dovute osservazioni si espongono alcuni meccanismi chimici d’azione ed esperienze comuni riportate da chi assume ayahuasca.

Innanzitutto bisogna ricordare che la bevanda denominata ahayuasca o yagè è composta da 2 piante differenti che ne costituiscono appunto gli elementi essenziali: la liana banisteriopsis caapi e la psichotria viridis (denominata chakruna ). La liana fornisce l’armalina, un alcaloide b-carbolina fondamentale, mentre le foglie di chakruna contengono il principio attivo DMT (dimetiltriptamina), una triptamina allucinogena endogena dalla quale dipendono gli effetti riportati da chi fa uso di questa bevanda.

L’assunzione per via orale della DMT la renderebbe inattiva poiché viene rapidamente distrutta dall’enzima monoammino-ossidasi (MAO). Qui allora entrano in gioco le b-carboline (in particolare l’armalina) che sono dei potenti inibitori dell’enzima monoammino-ossidasi (MAO). L’assunzione congiunta delle 2 piante permette alla DMT di non essere distrutta e di raggiungere il sistema nervoso centrale attraversando la barriera ematoencefalica come dimostrato sperimentalmente da un gruppo di ricerca giapponese attorno alla metà degli anni 80’.

E’ solo la somministrazione congiunta delle 2 piante che permette di produrre gli effetti psichedelici riportati come infatti dimostra la preparazione tradizionale della bevanda secondo la quale la liana viene prima tagliata in pezzi di una trentina di centimetri e in seguito bollita nell’acqua per qualche ore assieme alle foglie di chakruna.

Rimane veramente un mistero avvolto nel mito la nascita di questa bevanda considerando la moltitudine di piante presenti nella foresta amazzonica. Ci si chiede come gli indigeni possano avere avuto questa conoscenza riguardo l’uso particolare proprio di quelle due piante e la loro successiva lavorazione per produrre la bevanda. Di sicuro non avevano conoscenza di chimica farmacologica come la intendiamo noi oggi né particolari strumenti di analisi. Pensare che per caso abbiano provato a mettere insieme queste 2 piante e che per caso hanno pensato di bollirle per due ore e via dicendo risulta alquanto improbabile. Gli studi in questo campo sono ancora aperti e risposte certe non ce ne sono.

Riguardo la DMT e le sue straordinarie proprietà vanno ricordati gli studi del dottor Rick Strassman , medico psichiatra e biologo, riassunti poi nel libro “DMT la molecola dello spirito”. Dai suoi studi egli ipotizza come la DMT possa essere la base biologica delle esperienze spirituali descritte da persone di ogni tempo e luogo. Difatti nello studio sopracitato il dottor Strassman ha analizzato le esperienze riportate da persone a cui era stata somministrata DMT per via endovenosa e molte di queste risultavano molto simili ad esperienze mistiche descritte dai mistici nel corso della storia.

La DMT va ricordato è una molecola con una struttura molto semplice, presente non solo nell’uomo ma anche nel regno animale e vegetale. E’ endogena perciò presente in noi anche senza la necessità che la introduciamo attraverso mezzi esterni. In maniera simile ad altre sostanze psichedeliche come la mescalina, la psilocibina e l’LSD, la DMT si lega ai recettori serotinergici sparsi nel corpo, ma a differenza delle altre sostanze è in grado come già detto di bypassare la barriera ematoencefalica, e questo ne sottolinea la particolarità rispetto a tutte le altre.

Secondo il dottor Strassman la DMT endogena sarebbe prodotta dalla ghiandola pineale specialmente intorno alle ore 3 e 4 della notte, durante la fase REM dei sogni ma anche in altri particolari circostanze (e in misura più abbondante del solito), quali la nascita, poco prima della morte e durante esperienze definite mistiche o “spirituali”. Da qui il nome di DMT molecola dello spirito. Esperienze psichedeliche prodotte grazie all’uso di allucinogeno, esperienze definite mistiche o spirituali accadute spontaneamente o in seguito a particolari tecniche ma senza l’uso di sostanze alcune, esperienze di premorte NDE avrebbero tutte un unico comune denominatore, la DMT.

Altri studi serviranno sicuramente per approfondire gli interrogativi che queste ricerche hanno suscitato. Di sicuro è un campo di ricerca estremamente affascinante che forse più che fornire risposte aprirà il campo ad una moltitudine di altre domande. Ma questa è la ricerca, quella vera.

Le esperienze che si possono sperimentare assumendo yagè possono essere assai varie. Si va da esperienze mistiche o simili alle NDE come quella descritta all’inizio dell’articolo, a visioni di paesaggi, animali reali e mitologici, disegni geometrici simili alle vetrate di cattedrali gotiche, sensazioni di eterno presente e amorevolezza a sensazioni di terrore estremo e paure. A volte come riportato anche nella letteratura esistente i soggetti riportano incontri più o meno felici con strani esseri o entità. In altri casi si hanno intuizioni di carattere psicologico riguardo al proprio vissuto e a traumi irrisolti nella propria storia personale. Spesso gli sperimentatori durante l’effetto dell’ayahuasca riportano di aver potuto non solo ricordare ma anche in un certo qual modo “rivivere” ricordi e traumi di cui non avevano un ricordo cosciente riportando poi notevoli cambiamenti positivi nel prosieguo della vita quotidiana. Questo aprirebbe un discorso interessantissimo riguardo il potenziale terapeutico degli psichedelici e dell’uso degli psichedelici quali la DMT in terapia, ma questo esula dagli obiettivi di questo breve saggio. Il discorso sarebbe particolarmente complesso anche perché a fronte dei possibili vantaggi bisogna valutare anche i rischi. Come dimostrano le ricerche sulla DMT e sull’ayahuasca molto dipende dal set e dal setting in cui vengono assunte le sostanze. Lo yagè può dare la beatitudine più sublime come il terrore più profondo e di fronte a stati di rinascita e illuminazione, si sono verificati casi di persone seriamente turbate dopo l’esperienza con questo tipo di psichedelico. Ogni persona è diversa ed ha una storia particolare sua propria e dunque non si può prevedere come potrebbe reagire sotto l’effetto di queste sostanze. Se esistono alcuni pattern o esperienze capitali sperimentabili con questa bevanda è altresì vero che ogni esperienza è eminentemente personale e diversa dalle altre. Esistono persone ad esempio che nonostante ripetute assunzioni dello yagè non sono mai andate oltre la visione di animali o disegni geometrici mantenendo uno stato quasi simile allo stato di veglia ordinario. La sostanza poi in certi momenti potrebbe slatentizzare alcune tematiche bloccate nella persona che necessiterebbe poi di un adeguato sostegno e accompagnamento psicologico nell’elaborazione di quanto vissuto nell’esperienza. Nei contesti tradizionali poi come già ricordato le cerimonie sono effettuate sotto la guida di uno sciamano esperto che decide tempi e modalità di somministrazione, oltre che stabilire se effettivamente quella data persona è pronta per affrontare una tale esperienza oppure no. Le tipologie di esperienze che si possono avere sono dunque molteplici e si va da quelle più strettamente biografiche e personali a quelle di carattere squisitamente transpersonale.

A questo riguardo di particolare interesse sono le esperienze riportate da alcuni partecipanti alle cerimonie riguardo la morte e il morire.

Le esperienze di NDE normalmente conosciute sono contrassegnate dalla sensazione di essere catapultati attraverso un tunnel. Vi è la presenza di “altri”, quali visioni di persone già decedute o di altri esseri e alla fine possono culminare nella fusione con una luce bianca identificata con il divino stesso, come “la sorgente di tutto ciò che esiste”. Prima di questo culmine il viaggio può essere accompagnato da sensazioni straordinariamente potenti di pace e serenità, oppure da emozioni di immensa paura ed immagini terrificanti. Di solito si registra anche la visione del proprio vissuto in vita e coloro che ritornano dicono di avere la certezza di un’esistenza della vita oltre la morte riorganizzando la propria vita verso scopi meno materiali e più spirituali.

E’ innegabile la straordinaria somiglianza con alcuni resoconti riportati da persone che hanno assunto lo yagè.

La teoria del dottor Strassmann che correla l’esperienza della NDE con alti livelli di DMT prodotti dalla ghiandola pineale (che dunque li produrrebbe così elevati in vicinanza della morte) è di grande interesse anche se ancora molti studi meriterebbero di essere fatti a questo riguardo.

Come riportato dal dottor Strassmann nel suo libro con alte dosi di DMT somministrata per via endovenosa, molti soggetti dello studio hanno sperimentato una radicale e completa separazione dalla coscienza dal corpo.

Con una dose elevata di DMT i volontari dello studio riferiscono di una esperienza “simile alla morte”. Di seguito sono riportati alcuni commenti tratti dalla trascrizione delle sedute del dottor Strassmann e riportati nel libro più volte citato “DMT la molecola dello spirito”.

Più di una volta le sessioni di Dmt mi hanno fatto dono dell’autentica conoscenza personale del fenomeno descritto nell’Introduzione ai Morti all’interno del Libro Tibetano dei morti. Ancora più straordinario è il dono di sapere che ho sperimentato il morire e il ritornare”, “Credo di aver imparato cosa vuol dire morire e trovarsi completamente inermi in balia di qualcosa. E’ stato utile”, “Credo che la dose elevata somigli al trauma della morte. Ti proietta fuori dal corpo. Sotto l’effetto della DMT sarei riuscito a sopportare la morte e anche altre esperienze fisiche più intense. Potrebbe rivelarsi una droga utile per le persone ricoverate negli ospizi o per i malati terminal”.

Molti altri commenti potrebbero essere trascritti ma questi sono sufficienti per averne un’idea. Si rimanda per ulteriori approfondimenti al libro del dottor Strassmann.

Svariati soggetti che hanno vissuto questo tipo di esperienze affermano che sono molto simili a quelle descritte in celebri libri dal contenuto spirituale sul vivere e soprattutto il morire, come il “Il libro tibetano dei morti”.

In questo celeberrimo libro sono scritti i vari bardo (cioè i passaggi di stato) che il defunto andrebbe a sperimentare dopo la morte del corpo fisico. Io stesso posso testimoniare che nella mia esperienza ho trovato svariate analogie con quello che poi ho trovato nello studio successivo del libro tibetano dei morti.

Ovviamente questo apre a suggestioni ed ipotesi di studio altamente affascinanti che per ora tralasciamo.

Quello su cui giustamente e a pieno diritto ci si interroga riguarda il possibile utilizzo di queste sostanze con malati terminali e dunque con persone ormai vicinissime alla morte in modo da poterne facilitare il trapasso e renderlo il meno traumatico possibile. Vengono qui riportate a tal riguardo alcune considerazioni del Dottor Strassmann stesso : “Le implicazioni della nostra ricerca con la DMT possono rendere il lavoro con i morenti forse ancor più convincente. Se la DMT viene rilasciata in punto di morte, allora somministrarla a una persona viva fornirebbe una sorta di prova generale per la morte vera e propria. Il fatto di lasciarsi andare, di sperimentare l’esistenza di una coscienza indipendente dal corpo e di incontrare una presenza potente e amorevole sono tutti elementi che sembrano dare un chiaro indizio di ciò che accadde quando il corpo invecchia.

Ci muoviamo su un terreno delicato quando consideriamo il lavoro con i morenti. Se un paziente avesse degli incontri terribili con la sua stessa psiche o con i mondi non materiali, potrebbe esserci pochissimo tempo utile per mettere le cose in chiaro. E se, per di più, non ci fosse nulla di simile tra l’esperienza del trapasso e una dose elevata di DMT? Lo shock, il disorientamento e la paura potrebbero rendere il processo del morire più difficile di quanto avrebbe potuto essere altrimenti.”

Già solo queste parole dello stesso Strassmann sono sufficienti per mostrare le possibili grandi possibilità insite in questi approcci, ma altresì anche i possibili grossi rischi. E d’altronde per quanto certe esperienze con la DMT e lo yagè siano per certi versi straordinariamente simili ad alcuni resoconti di NDE in nessuno di questi casi qualcuno è davvero morto del tutto e dunque possiamo parlare al massimo di analogie con il processo del morire, ma non possiamo ovviamente affermare con certezza alcuna che si tratta esattamente della stessa cosa del trapasso vero e proprio. E’ sicuramente molto suggestivo il fatto che persone che hanno avuto una NDE o una esperienza con la DMT parlino di processi di morte e “ritorno alla vita” con una consapevolezza espansa e più amorevole, ma questo ovviamente non può essere la prova provata che con la morte reale sia la stessa cosa. Anche il fatto di trovare questi resoconti molto simili alla esperienza dei “bardo” dei libri dei morti è molto suggestiva ma ovviamente sono necessari ulteriori studi per poter tentare di fornire risposte un poco più certe, fermo restando che ciò sia possibile.

Come già detto nel corso dell’articolo, giova rimarcare che gli studi e le ricerche scientifiche in questi campi sono ancora agli inizi e i finanziamenti sono ben pochi. Per qualche arcana ragione si ha paura di indagare in questi ambiti perché il rischio è quello di scoprire nuove visioni dell’essere umano che possono scuotere dalle fondamenta l’idea stessa che abbiamo noi dell’uomo, dei suoi limiti così come delle sue potenzialità. E’ difficile trovare un piano di oggettività quando si indagano le profondità della psiche umana. La psiche umana è ciò che di più comune abbiamo gli uni agli altri, così come è ciò che più ci distingue gli uni dagli altri. Se è ben vero che esiste un inconscio collettivo plasmato secondo archetipi comuni ben definiti, è altresì vero che ogni psiche ha una sua unicità irripetibile. La psiche è ciò che ci permette di pensare, di fare e di essere. E’ il filtro attraverso cui tutto passa, perfino la nostra stessa attività pensante. Vedere il filtro stesso è forse la cosa più difficile e questi studi si riferiscono proprio a questo.

Varrebbe la pena a mio avviso proseguire con forza e determinazione nell’approfondimento di queste tematiche, non solo riguardo il possibile aiuto ai morenti ma anche per capire di più su quella strana creatura che è l’uomo stesso. Come dice un vecchio adagio “Le navi in porto sono al sicuro, ma non per questo sono state fatte”.

Coraggiosi pionieri, nonostante tutte le difficoltà e gli impedimenti, hanno dato l’avvio a questi studi una cinquantina d’anni fa. Sta a noi ora proseguire nel loro solco. E chissà che non si possa scoprire di aver percorso un cerchio, tornando a ri-conoscere e a ri-scoprire conoscenze già patrimonio di uomini dei tempi che furono.

P.S. In Italia, con decreto del 23 febbraio 2022, l’ayahuasca, la Banisteriopsis caapi, la Psychotria viridis, l’armina e l’armalina sono state poste nella tabella I dell’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope di cui all’art. 14 del DPR n. 309/90, diventando a tutti gli effetti illegale sul suolo italiano. ( da wikipedia ).

Sottolineo, anche se non credo ce ne sia bisogno,  che l’articolo ha solamente scopo di divulgazione scientifica e NON intende in nessun modo suggerire l’assunzione di questo composto. All’epoca io l’ho fatto per questioni di ricerca.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Camilla G. / A.P. Ruck C. (2017). Allucinogeni sacri nel mondo antico. TORINO. Nautilus edizioni.

Eliade, M. (1974). Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi. ROMA. Mediterranee edizioni.

Fabbro, F. (2010). Neuropsicologia dell’esperienza religiosa. ROMA. Casa editrice Astrolabio.

Gorman, P. (2015). L’ayahuasca nel mio sangue. MILANO. Shake edizioni.

Grof, S. (2013). La nuova psicologia. ROMA. Edizioni Spazio interiore.

Hancock, G. (2005). Sciamani. Milano. Tea libri.

Huxley, H. (2016) Le porte della percezione Paradiso e Inferno. Oscar mondadori.

Naranjo, C. (2014). Ayahuasca il rampicante del fiume celeste. ROMA. Edizioni Spazio interiore.

Narby, J. (2006). Il serpente cosmico. ROMA. Venexia.Strassman. R. (2014). DMT la molecola dello spirito. ROMA. Edizioni Spazio interiore.

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Ilyas Talamali

Antropologo culturale, naturopata ed insegnante di zhi neng qi gong. Innamorato dell’irripetibile unicità che ognuno di noi rappresenta, metto a disposizione le mie conoscenze accumulate in molti anni di studio e sperimentazione nel campo delle scienze ermetiche, dei sistemi di conoscenza antichi tradizionali, dei sistemi di decodifica del tempo e nei metodi di coltivazione dell’energia interna per chi sente la necessità di approfondire la conoscenza di sé e desidera sostegno in un percorso di cambiamento interiore e di miglioramento del proprio stato psicofisico.
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