Riflessioni antropologiche sulla morte e il morire attraverso l’arte – parte 4

di Ilyas Talamali | 13 Maggio 2024

Le opere di questo artista italiano ci catapultano in una dimensione affine ma anche ben diversa rispetto alle opere presentate negli altri articoli.

Caratteristica fondamentale di questo eccentrico autore è quella di intervenire con atti violenti sulle opere appena prodotte. Egli reinterpreta in un certo senso i dipinti dei grandi maestri del ‘600 e ‘700, in particolare anche per quanto riguarda l’arte sacra dell’epoca, intervenendo con un’opera di distruzione sulle opere stesse.

Questa azione che l’autore fa e i risultati che essa produce risultano essere se ci pensiamo bene in qualche modo analogici a quello che fa la vita con le sue creature ogni giorno, ora e minuto.

Diamoci il tempo di immaginare una scena esemplificativa di tante altre. I termini possono essere differenti ma il risultato è lo stesso. Ognuno che legge queste righe sicuramente troverà analogia con qualcosa di simile che può essere capitato ad un familiare, amico o conoscente.

Dopo 10 lune passate nel ventre materno un bimbo emerge al miracolo della vita. Cresce. Ha i suoi primi rapporti. Le sue prime amicizie. Passa l’infanzia, l’adolescenza e arriva alla prima maturità. Ha i suoi rapporti, le sue sfide, i suoi amori, le sue crisi. Diciamo che fa la sua vita “come tutti”. Ha vent’anni e una sera tornando da una festa a casa di amici arriva l’incontro meno atteso e il più inaspettato. L’auto sbanda, ha un incidente e muore sul colpo. L’incontro fatale, l’incontro con il fato è avvenuto. La nera signora è venuta e con la sua falce ha mietuto con un taglio secco e preciso una spiga dal nostro punto di vista forse ancora immatura.

Nel corso della serata questo ragazzo ha ballato, cantato. Rideva e scherzava. Ha conosciuto una ragazza e magari ha fatto l’amore. Il dolce tepore della vita fluiva in lui e scaldava le sue membra ignaro di dove si sarebbe trovato di lì a neanche 2 ore.

E’ passata quasi un’ora da quando è avvenuto l’incontro con colei che l’uomo teme a volte persino di nominare. Ora quel ragazzo, o meglio il suo corpo (dipende dai punti di vista) è nel letto freddo di un obitorio. Forse già in una cella frigorifera con altri viandanti che come lui hanno dismesso il corpo. Il calore lo ha abbandonato. Il freddo gelido della morte ora ha preso possesso del corpo. Le membra si stanno irrigidendo. Il cuore è fermo. Il rigor mortis è in corso. Sogni, amori e progetti spezzati come un ramo secco al fiorire dell’autunno. Sgomento e lacerazione nell’animo per chi resta. Per chi lo amava. Senso di rabbia, ingiustizia e impotenza esplodono. Si inveisce contro Dio e la vita. Questa vita che sa dare ma anche togliere con una rapidità e violenza estrema.

Dio mio perché? È la domanda che si leva al cielo da cuori sgorganti sangue e lacrime. Perché se viviamo dobbiamo morire? Perché esiste la morte? Qual è il senso di tutto questo? Qual è il senso del nostro costruire vita, relazione, cose e progetti se dopo dobbiamo lasciare tutto?

Le opere del Samorì rispecchiano in modo mirabile tutto ciò. Sia nel senso di come l’artista interviene materialmente sull’opera cioè scorticando, graffiando e in qualche modo violentando la sua creazione sia sugli effetti che essa produce. Se il COME operato dall’artista è in analogia al come operato dalla vita su di noi, l’effetto che suscita la visione dell’opera finale è in parallelo con gli effetti che suscitano su di noi i passaggi traumatici che la vita assai spesso ci riserva.

Nicola Samorì, Maddalena, 2010, olio su tavola, 70 x 50 cm

In Maddalena la donna sembra vomitare un abisso di dolore e di nero che come un fiume piena spacca gli argini della psiche e del corpo invadendo l’esistenza ; in L’occhio occidentale il volto irriconoscibile è una maschera di paura, orrore e sofferenza degno dell’Urlo di Edvard Munch, altra sublime rappresentazione del dolore e dell’angoscia umana quando raggiungono vette oltre l’immaginabile ; infine in Il corpo squisito un’orda di nero e abisso scuro sembra stia inghiottendo un corpo ed una vita che oramai non sono più. Esattamente come accadde in un processo di morte (almeno dal punto di vista di chi resta).

Interessante poi è il fatto che come è stato scritto precedentemente le opere che vengono distrutte si rifanno alla cosiddetta arte sacra e dunque seguendo il ragionamento analogico proposto in precedenza potremmo azzardare una riflessione riguardo il sacro/profano, un altro dei grandi temi antropologici per eccellenza. Come l’opera riguardava un’immagine che aveva attinenza col sacro (inteso come rapporto col sovrasensibile) così l’intervento dell’artista che sconvolge l’opera potrebbe rappresentare il profano. Profano nel senso di qualcosa che profana la sacralità.

Quando si sente parlare della morte, specialmente nella retorica occidentale, si sente spesso dire “la vita è sacra e va preservata ad ogni costo”. E allora quando questa vita viene bruscamente e malamente interrotta ecco che allora qualcosa di esterno alla sacralità della vita profana la vita stessa. La profana nel senso di impedimento di continuare ad essere almeno nel senso abituale del termine, Spingendo all’estremo questo filone di ragionamento ci troveremo presto ad avere a che fare con uno dei temi cardini dell’Occidente ossia il dualismo bene/male. Un supposto presunto bene che identifichiamo con la vita inquinato dal male/peccato che poi mette fine alla vita stessa. Argomento troppo vasto e complesso per essere qui affrontato ma una cosa la si può accennare lo stesso. Ossia chiedersi se questa impostazione di base può essere alla base del modo di vivere e considerare la morte alle nostre latitudini. Se io intendo la vita come il sacro contrapposta ad una morte come un “male” che profana questo sacro l’armonia e l’accettazione di questo evento risultano mete assai difficili da raggiungere. In altri contesti in cui all’origine del pensiero non vi è una dicotomia così rigida il vivere e il morire vengono pensati, considerati e vissuti diversamente e per ulteriori approfondimenti rimando il visitatore all’articolo riguardo le opere di Ronan Barrot in cui si accennava al simbolo del tao.

Ma un antidoto a tutto ciò esiste? E’ possibile trovare un senso di fronte all’annientamento di ogni senso? Dare una risposta a queste domande è decisamente cosa difficilissima, forse impossibile anche per il fatto che un’eventuale risposta sarebbe estremamente personale ed intima. Il compito di produrre, usando termini greci, un cosmos partendo da un caos è il compito individuale per eccellenza. Qui si vuole solamente stimolare nel lettore delle riflessioni a partire da considerazioni abbastanza generali e che appositamente non vogliono prendere in considerazione ciò che dicono le varie tradizioni religiose e sapienziali, visto che non è questo lo scopo del presente commento.

Si vuole proporre a chi sta leggendo di riflettere su due argomenti di particolare rilevanza, ossia il “memento mori” e l’ars moriendi”.

Nicola Samorì, L’occhio occidentale, 2003, olio su rame, 100 x 100 cm

Da una parte si intende il ricordo con una certa costanza del fatto che dovremo morire dall’altro si fa riferimento ad una cosiddetta “arte del morire” o meglio una preparazione al morire.

Riguardo il primo aspetto si potrebbe obiettare che in fondo viviamo in una società di morte e che non sembrerebbe esserci un gran bisogno di parlare e ricordare ancora la morte. Ma siamo sicuri di ciò? Certamente è vero che viviamo in una società in cui la morte è massimamente presente. Cronaca nera, telegiornali, guerre, cadaveri in tv e nei videogiochi ci sommergono ogni giorno da ogni parte. Ma la domanda fondamentale è: non è che spettacolarizzando la morte in questa maniera la stiamo allontanando dalla nostra vita e comprensione anziché avvicinandola? Volendo usare un gergo ecclesiastico sembrerebbe un tentativo di esorcismo mal riuscito. La morte viene mostrata e spettacolarizzata forse per tentare di esorcizzare la tremenda paura che essa ci incute. Vediamo sempre più morti “virtuali” mentre nella vita vera si muore lontano dagli occhi, in ospedale o in case assistenziali sempre più. Un tempo quando si moriva per lo più in casa forse la morte faceva meno paura. Era considerata parte della vita, non la sua antitesi.

Ora crediamo di conoscere una cosa solamente perché la vediamo in tv quando invece la vita vera è un’altra cosa. L’esperienza è maestra e nulla può sostituirsi ad essa e ai suoi insegnamenti. Potremo leggere anche migliaia di libri sulla morte ma non sarà mai paragonabile all’esperienza di trovarsi faccia a faccia con un cadavere che magari ti sta guardando con occhi vitrei da cui non emana neppure un minimo riflesso di luce e vita.

E allora una via potrebbe essere quella di ricordarsi ogni tanto che dovremo morire. Che dovremo morire per davvero. Nella realtà, non in tv o in un videogame. Che dovremo morire noi, non sempre l’altro.

Nella tradizione islamica si invita i fedeli a pensare almeno cinque volte al giorno alla morte. Nella tradizione cristiana Gesù ammoniva “vegliate perché non saprete quando verrà il momento”. Nelle tradizioni del sud America gli sciamani invitano i loro apprendisti a ricordare che alla loro destra si trova sempre la morte.

Nicola Samorì, Il corpo squisito, 2017, olio su rame, 85 x 50 cm.

Spingendo un po’ oltre la nostra riflessione potremmo scoprire che questo memento mori forse rappresenta uno dei pilastri fondamentali del “prepararsi a morire”. O forse “prepararsi a morire bene”. Ci siamo mai chiesti veramente se è possibile una buona morte? O se è possibile arrivare a dire un giorno le stesse parole di un famoso capotribù pellerossa “Oggi è un buon giorno per morire”. Ma quando si muore “bene” allora? Una risposta potrebbe essere che si muore “bene” quando si è saputo vivere davvero. Ma per vivere davvero il “memento mori”, il ricordo che dovremo morire, è indispensabile e il nostro cerchio si chiude. Come cambierebbe la nostra vita se vivremo con la costante e intima certezza che in fondo stiamo tutti morendo e che il nostro momento potrebbe arrivare con il prossimo respiro? Faremo le stesse cose? Daremo ancora così tanta importanza a certe situazioni od emozioni? Il bene e il male, l’odio e l’amore che importanza comincerebbero ad assumere nelle nostre vite? Come gestiremo eventuali sensi di colpa e rancori? E dunque in definitiva come cambierebbe la vita? A voi la risposta.

Magari potremmo anche arrivare a scoprire che una delle grandi funzioni della morte potrebbe essere quella di insegnarci a vivere davvero, con una maggiore pienezza. Insegnarci a maturare, come un albero i cui frutti maturano nel tempo e nel momento giusto vengono colti dalla mano del saggio contadino. Poi nel frutto ci sarebbero i semi. Ma questa è un’altra storia…

Questo articolo fa parte di una raccolta di brevi saggi da me scritti nell’occasione del master in “Death studies & the end of life” frequentato presso l’Università di Padova nell’anno accademico 2017/18. Non mi resta che augurarvi una piacevole e proficua lettura con la parte 5.

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Ilyas Talamali

Antropologo culturale, naturopata ed insegnante di zhi neng qi gong. Innamorato dell’irripetibile unicità che ognuno di noi rappresenta, metto a disposizione le mie conoscenze accumulate in molti anni di studio e sperimentazione nel campo delle scienze ermetiche, dei sistemi di conoscenza antichi tradizionali, dei sistemi di decodifica del tempo e nei metodi di coltivazione dell’energia interna per chi sente la necessità di approfondire la conoscenza di sé e desidera sostegno in un percorso di cambiamento interiore e di miglioramento del proprio stato psicofisico.
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