“I mostri che abbiamo dentro…fa un certo effetto non capire bene da dove nasce ogni tua reazione. E tu stai vivendo senza sapere mai nel tuo profondo quello che sei…i mostri che abbiamo dentro che vivono in ogni uomo nascosti nell’inconscio sono un atavico richiamo…i mostri che abbiamo dentro che vagano in ogni mente sono i nostri oscuri istinti e inevitabilmente dobbiamo farci i conti…i mostri che abbiamo dentro ci spingono alla violenza che quasi per simbiosi si è incollata alla nostra esistenza…la nostra vita civile la nostra idea di giustizia e uguaglianza la convivenza sociale è minacciata dai mostri che sono la nostra sostanza…i mostri che abbiamo dentro…la nostra vita cosciente la nostra fede nel giusto e nel bello è un equilibrio apparente che è minacciato dai mostri che abbiamo nel nostro cervello… i mostri che abbiamo dentro crescono in tutto il mondo i mostri che abbiamo dentro ci stanno devastando…i mostri che abbiamo dentro che vivono in ogni mente che nascono in ogni terra inevitabilmente ci portano alla guerra”.
Questo è il testo quasi integrale della canzone “I mostri che abbiamo dentro” del grande Giorgio Gaber. Testo che da solo, se attentamente letto e meditato può rappresentare un degno commento alle opere dell’inglese Justin Mortimer. Opere violente che parlano di morte e violenza. O meglio di morte violenta causata da quei mostri di cui parla Gaber che si agitano nell’inconscio umano e che sono pronti a colpire quando meno ce lo aspettiamo. Il buon vicino di casa che si trasforma in un assassino capace di azioni inenarrabili, popoli che si scannano in sanguinose guerre senza esclusione di colpi, violenza su violenza, atrocità su atrocità.
Ormai ci siamo assuefatti vien da dire. Forse non riusciremo nemmeno a stare senza la nostra normale dose di violenza quotidiana. Siamo abituati a pranzare guardando immagini di morte, a leggere ogni cronaca nera e via dicendo. Ormai, è brutto da dire, la consideriamo la normalità. E contro questa abitudine all’orrore si levano queste opere. Arrivano e colpiscono nel profondo. Smuovono nel profondo. Vogliono denunciare qualcosa. Qualcosa che si manifesta quando i mostri interni hanno il sopravvento e rovesciano tutto e tutti. Cadaveri ammassati, senza volti, per lo più raffigurati solo gli arti inferiori ovviamente in posizione orizzontale come a dire che non vi è più possibilità di movimento. La vita è movimento mentre la morte è stasi assoluta. Quelle gambe distese richiamano con potenza nella mente il concetto di immobilità della morte, di assenza di possibilità e dunque assenza di un futuro. Le persone, i luoghi, le vittime e i carnefici non sono riconoscibili. Appositamente non riconoscibili poiché l’artista non intende rappresentare un determinato tempo e luogo, o una certa situazione ed evento ma una condizione dell’animo riscontrabile in ogni epoca e latitudine.
Ovunque l’uomo è preda dei suoi demoni che si scatenano in un furore marziale cieco le conseguenze sono pressoché identiche. Ossia morte, dolore e distruzione.

Le opere del Mortimer ci interrogano sulla morte da un punto di vista particolare. Ci interroga sulla cause di queste morti. Morti che non sono inevitabili ma frutto di deliberate azioni umane. Come se nell’uomo vi fosse un seme di morte pronto a germinare quando le occasioni sono propizie. Padri di famiglia che in guerra diventano bestie. Pensiamo ad esempio alle atrocità naziste e a quelle connesse a tutti gli “ismi” o “esimi” che conosciamo. Quante morti hanno prodotto le idee e la difesa di queste ideologie? Gioverebbe rileggere e meditare con attenzione lo stupendo saggio di Anna Harendt “La banalità del male” in cui l’autrice ispirata dalla sua partecipazione al processo del gerarca nazista Adolf Eichmann si interroga su come l’uomo comune possa diventare capace di atrocità. Dov’era questo male prima che esplodesse? Dove era questo germe? Noi siamo abituati a vedere il mostro come qualcosa di non umano, di altro da noi. Qualcosa che accadde ma che in profondità riguarda sempre gli altri e mai noi stessi. Ma siamo sicuri di ciò? Le cose peggiori sono state commesse da uomini cosiddetti per bene, perfettamente integrati nella società in cui vivevano. Come ci comporteremo noi in certe situazioni estreme? Queste sono le domande e le risposte che contano. Domande e risposte che costano una fatica immensa perché richiedono di essere capaci di scrutare nei meandri più nascosti di noi stessi e dunque dell’umanità. “Conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli Dei “era scritto sull’oracolo di Delfi. “Ambula ab intra” ossia viaggia dentro dicevano gli antichi alchimisti. L’invito era quello di diventare una sorta di entronauti con l’intento di conoscere sempre più a fondo i nostri paesaggi interiori senza spaventarci di ciò che possiamo incontrare.
Rifacendosi agli studi del grande Carl Gustav Jung e della psicologia del profondo l’ombra va accolta e integrata. Ciò che rifiutiamo di noi diventa pericoloso mentre ciò che viene portato alla luce dell’osservazione cosciente perde in virulenza.
Il germe della violenza è presente in ognuno di noi in quanto esseri umani e sta a noi vigilare e darci la possibilità di conoscerlo prima che si faccia conoscere lui quando le occasioni esterne sono propizie. Noi abbiamo il compito di conoscere queste nostre parti oscure per integrarle in modo armonioso facendo un vero e proprio lavoro di trasmutazione alchemica della coscienza. Riconoscere il nostro piombo interiore per trasformarlo in oro interiore domando i nostri istinti più bassi. “Cavalcare la tigre” dicono gli sciamani del Sud America riferendosi al medesimo processo. Domando conoscendo, non reprimendo, pensando che il male sia sempre negli altri ma mai in noi.
Quella che viene mostrata egregiamente nelle opere dell’artista inglese è il risultato di quella che il grande psichiatra e allievo diretto di Freud Whilelm Reich chiamava “peste emotiva”. E’ un altro nome, forse maggiormente suggestivo, per definire il germe della violenza che tutti abbiamo dentro. Che sia risultato di traumi subiti o altro poco importa. C’è e rendersi conto della sua presenza è il primo passo per potersene liberare.

Approfondendo l’analisi delle opere del Mortimer saltano agli occhi questi palloncini e un uso sapiente dei colori, a volte chiari, morbidi che sembrano quasi opporsi ai significati appena esposti. Potrebbero indicare una situazione di quiete e armonia sconvolta dall’esplodere di questa violenza che violenta la scena, la dilania. Un attimo e tutto può essere sconvolto e l’atmosfera cambiare (come indicato dagli uomini raffigurati con le maschere a gas).
E’ da tenere conto che tutti questi elementi compaiono assieme nella stessa scena e dunque i significati possono essere molteplici e senza la benché minima contrapposizione tra loro. Questo è il bello dell’arte. L’artista è un catalizzatore e l’opera invita il visitatore a specchiarsi in essa. Diremo che in un’opera ognuno proietta ciò che ha dentro e non vi è un significato valido per tutti. L’artista ovviamente la dipinge con un intento ma una volta terminata ed esposta al pubblico essa cammina per conto suo. Un po’ come un libro. L’autore scrive ma poi il lettore può anche interpretare liberamente.
Questi colori morbidi e palloncini potrebbero d’altronde anche rappresentare il desiderio di speranza oltre l’orrore. Un ideale di futuro migliore per superare un presente angosciante che toglie ogni senso al vivere. Il significato delle mani che afferrano le due braccia in una delle tele potrebbe andare anch’esso in questa direzione. Non sappiamo se le due braccia afferrate sono vive o morte ma quelle che afferrano sono vive senz’altro. Dopo la morte ancora la vita. Germe di rinascita e di un risollevamento. Germe di vita e di bene presente nell’animo umano alla pari del germe di morte. Ma chi vincerà? Per provare a rispondere a questa domanda e per concludere questo commento alle opere di Justin Mortimer prendiamoci il tempo per meditare questa bella storia dei nativi americani sulle battaglie interiori dell’essere umano:
“Una sera un anziano capo Cherokee raccontò al nipote la battaglia che avviene dentro di noi. Gli disse: figlio mio la battaglia è fra due lupi che vivono dentro di noi.
Uno è il male, è rabbia, paura, preoccupazione, gelosia, invidia, autocommiserazione, rimpianto, rancore, avidità, falsità, senso d’inferiorità. L’altro è il bene, gioia, amore, pace, speranza, serenità, umiltà, gentilezza, benevolenza, empatia, generosità, verità, compassione, fiducia…il piccolo ci pensò su un minuto e poi chiese “Quale lupo vince?”…L’anziano cherokee rispose semplicemente : “quello a cui dai da mangiare”.
Questo articolo fa parte di una raccolta di brevi saggi da me scritti nell’occasione del master in “Death studies & the end of life” frequentato presso l’Università di Padova nell’anno accademico 2017/18. Non mi resta che augurarvi una piacevole e proficua lettura con la parte 4.









