Il teschio. Questo è l’elemento che emerge con più forza tra le opere di Ronan Barrot qui mostrate. Un semplice nudo teschio. Eppure quanto può dirci.
In due delle opere presentate (Vanite e Crane) potremmo dire che l’autore presenta un teschio ancor più teschio del solito usando un gioco di parole. E nei casi riportati sembra esserci perfettamente riuscito. Osservando i dipinti l’osservatore viene come rapito o meglio catapultato nella dimensione di ciò che siamo realmente nella nostra più profonda materialità, nella dimensione di ciò che rimarrà di noi quando la nostra “carne” non sarà più.

I colori usati e il modo di usarli, le tonalità, il tipo di pennellata danno una concretezza ai dipinti davvero notevole, producendo un impatto emotivo non eludibile. La sensazione è quella di trovarsi realmente davanti ad un teschio in “carne e ossa”. Anzi solo ossa in questo caso.
Entrando nel simbolismo del teschio potremmo definirlo un segno “sfigmico” ossia un segno capace di indurre determinate azioni in chi lo contempla.
Il simbolismo del teschio lo si ritrova in tutte le culture anche se con accezioni talvolta opposte. Simbolo di morte ma simbolo anche di vita. Dipende dalla prospettiva con cui si guarda.
Da noi in Occidente l’accezione pende quasi esclusivamente sul lato morte. Siamo abituati a vedere i teschi stampati sulla porta di cabine elettriche o sulle confezioni di prodotti chimici altamente tossici. O mortali. Ecco questa è la parola chiave. Per noi teschio rimanda a “mortale”, a fine della vita. Ci ricorda la nostra caducità e come alla fine qualunque cosa siamo o qualunque cosa facciamo nella nostra vita il destino sarà quello. Destino inteso come destinazione finale del nostro corpo, del nostro esserci e muoverci nella materia. Non a caso probabilmente Ronan Barrot intitola una delle sue opere Vanite. Vanità. Come a dire cosa sarà della nostra boria, presunzione e arroganza dopo morti? O per dirla agli antichi della nostra hybris, tracotanza e supponenza umana? I dipinti del Barrot arrivano come un pugno nello stomaco e invitano chi guarda a non fuggire dalle domande fondamentali della vita. A dire il vero non si sa chi guarda chi. Siamo noi che guardiamo il dipinto o è il dipinto che ci guarda? O meglio si impone. Impone di essere guardato.
Ma il teschio rimanda anche ad altri significati. E su uno di questi è bene soffermarsi a riflettere. Oltre a mortale è stato spesso in ambito religioso e delle varie tradizioni sapienziali collegato al concetto di rinascita. Rinascita spirituale, interiore in questo caso. In correnti sapienziali si medita sul teschio e sullo scheletro in generale per portare la mente e la coscienza oltre i confini ristretti del proprio corpo. Si medita sulla caducità del corpo per trovare proprio nell’estrema precarietà del vivere quotidiano il germe dell’incorruttibilità spirituale. Basta pensare che nella tradizione del buddhismo tibetano il mala, ossia lo strumento costituito di 108 grani che aiuta il monaco a contare le sue preghiere (come il nostro rosario per noi) spesso ha i grani raffigurati proprio a forma di teschio.

Mentre dalle nostre parti il dualismo è stato portato alle estreme conseguenze, con una rigida separazione tra i concetti vita/morte oppure bene/male, da altre parti si sono percorse vie diverse. Più che un’opposizione irriducibile tra due poli si è visto un interscambio, un’ interrelazione. Non può esistere l’uno senza l’altro. Pensiamo al simbolo orientale del Tao, ormai molto conosciuto anche qui in occidente. Un cerchio. Due colori divisi non da una linea netta rigida, ma da una linea sinuosa che dona morbidezza e fluidità al disegno. E soprattutto nel bianco vi è un punto di nero e viceversa. Come a dire l’assoluta inseparabilità dei due nell’uno. Potremo parlare di danza, o ancor meglio di trasformazione degli opposti. D’altronde all’estremo della notte nasce l’alba e all’estremo del giorno nasce la notte. E da sempre alba e tramonto, queste due zone di confine in cui non vi è la totale luce né la totale oscurità, hanno rivestito un carattere “magico” o “mistico” potremmo dire.
Le zone di confine hanno sempre esercitato un fascino particolare sui gruppi umani.
E il teschio non fugge a questo. Estremo confine di un corpo che ha cessato le sue funzioni e allo stesso tempo porta verso l’oltre.
D’altronde chiunque abbia fatto l’esperienza di trovarsi di fronte ad un vero teschio difficilmente potrà negare di non essersi sentito interrogato dal teschio stesso. Cosa fai? Come vivi la tua vita? E soprattutto…oltre questo confine che rappresento, dentro queste orbite vuote in cui una volta vi erano occhi che ormai non sono più, vi è qualcosa? Sei pronto ad affrontare il momento della tua morte quando avverrà? Ogni teschio parla e scuote l’animo umano nel profondo. Dipende da noi se vogliamo prestare ascolto o meno.
Pensiamo alla moltitudine di teschi conservati nei monasteri di Meteora in Grecia oppure a quelli conservati insieme alle mummie nel Convento dei Cappuccini a Palermo. Ossa conservate come memento mori proprio in luoghi in cui si cerca di portare l’anima oltre i confini della materia. Si potrebbe dire che in qualche modo il teschio fa da segnaletica. Estremo confine in luoghi di confine.

Anche nell’opera Vrsvs il punto che catalizza l’attenzione dell’osservatore è il teschio centrale, il quale sembra “sfidare” con lo sguardo chi guarda. Il quadro sembra descrivere una dinamica di vita che alla fine conduce sempre ad un tema centrale, ineludibile rappresentato dal teschio. Come a dire puoi anche affannarti nella vita, correre, illuderti di poter sfuggire ma alla fin fine è lì che devi arrivare. Si potrebbe portare alla mente il testo di una famosissima canzone di Roberto Vecchioni “Samarcanda”. Quello con la morte, con la nostra caducità è l’appuntamento irrinunciabile della vita, quello a cui non si può mancare, quello a cui non si può arrivare in ritardo.
L’immagine nel complesso con il teschio centrale e le 2 braccia tese parla anche di crocifissione. Dell’uomo crocifisso nella materia. Vita che trova il proprio culmine nella morte. Vita e morte inseparabili. Concetto che forse nella modernità di oggi stiamo dimenticando ma che invece in altre epoche era ben vivo. Basta pensare che nell’antico Egitto la parola che indicava la madre era la stessa che indicava la morte. Colei che dà la vita allo stesso tempo condanna a morire. In fondo anche se nessuno lo sa, stiamo tutti morendo. Le opere del Barrot ci ricordano questo e ci interrogano su come stiamo spendendo la nostra vita. Ad ognuno le sue riflessioni.
Questo articolo fa parte di una raccolta di brevi saggi da me scritti nell’occasione del master in “Death studies & the end of life” frequentato presso l’Università di Padova nell’anno accademico 2017/18. Non mi resta che augurarvi una piacevole e proficua lettura con la parte 3.









