Dagli insegnamenti di George Ivanovic Gurdjeff
ALLA SCOPERTA DI UNO DEI TEMI FONDAMENTALI PER DARE INIZIO AD UN REALE LAVORO SU DI SE’ E RISVEGLIO DELLA COSCIENZA
Se qualcuno vi guardasse attentamente negli occhi e vi chiedesse: SEI SVEGLIO? voi molto probabilmente pensereste ad uno scherzo oppure che il poverino sia uscito di senno. Solo che questa domanda non è una domanda come le altre. E’ LA DOMANDA e le implicazioni che comporta un’eventuale risposta sono molto più profonde e vaste di quanto possiamo immaginare visto che l’essere sveglio nel senso della coscienza è qualcosa che va oltre il semplice passaggio dallo stato di sonno o sogno a quello di veglia o per dirla prendendo a prestito le parole dalla stupenda “Lentamente muore” di Martha Medeiros : “Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo ( e sveglio aggiungo io ) richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare”.
Da quando nasciamo ci viene continuamente detto che l’uomo è nato libero e che possiamo disporre del nostro libero arbitrio divenendo così padroni del nostro destino…ci viene ripetuto così tante volte che molto probabilmente solo pochi di noi si sono fermati a chiedersi: ma è davvero così ? sono IO che decido, oppure in me ci sono credenze, automatismi e modi di pensare che si travestono da IO usurpando un potere che aspetterebbe appunto ad un autentico IO ? Questo è il dilemma.
Spesso quando ero un giovane studente di antropologia culturale, studiando i modi di vita di culture lontanissime dalla nostra mi sono trovato a chiedermi: ma se io fossi nato in quei posti come sarei adesso? Come sarebbe il mio modo di pensare e sentire la vita? Quanto di quello che ritengo in questa vita essere Ilyas e a cui sono tenacemente attaccato mi rappresenterebbe in un altro contesto culturale? Cari lettori vi prego di avere pazienza…so che ad un primo sguardo sembrano domande che sanno tanto di filosofia astratta…alla Marzullo come amo scherzare io…ma se mi concedete un poco del vostro tempo vi mostrerò come le implicazioni siano terribilmente pratiche e di importanza capitale per la nostra vita…sono le domande essenziali a cui in modo del tutto inconscio tentiamo di sfuggire ma che se non affrontate non permetteranno il dischiudersi ad una reale dimensione di libertà interiore.
A differenza di molti altri antropologi attratti dal fascino dell’esotico, da ciò che è diverso tra le differenti culture e modi di vita, io al contrario sono sempre stato attratto da ciò che è uguale nell’uomo nonostante le varie differenze culturali. Cosa ci rende autenticamente uomini al di là del fatto di essere italiani, indiani, americani, buddisti, musulmani o quant’altro?
Tutti noi siamo legati alla nostra terra e alle nostre tradizioni e non sto assolutamente dicendo che questo è un male…sto solo portando l’attenzione sul fatto che se io faccio coincidere la totalità di me stesso con le griglie culturali che mi definiscono perdo i due incontri più importanti della mia vita…quello con l’autentico ME libero dalle sovrastrutture culturali e la possibilità di incontrare l’altro da un piano che trascende la cultura. Se io incontro una persona dal fatto che io ad esempio italiano incontro un indonesiano puntiamo l’accento sulla differenza, mentre se parto dal presupposto che io uomo incontro te uomo pur (pur con le nostre differenze) sto mettendo l’attenzione su ciò che ci rende simili. E questa non è una cosa banale anche se molti pensano di darla per scontata. Vi posso assicurare che non è così. Per fare un esempio basta pensare che ogni guerra per essere posta in essere parte dalla disumanizzazione dell’avversario attraverso un’esagerazione e una caricatura delle differenze culturali.
Ma concretamente cosa possiamo fare per cominciare a indagare noi stessi e iniziare a fare un distinguo tra la nostra vera natura e ciò che sembra nostro e invece deriva dalla cultura, educazione e religione? e per cultura non intendo ovviamente solo quella nazionale, ma anche quella familiare…insomma tutto ciò che è entrato in noi prima che avessimo la capacità di discernere ciò che volevamo da ciò che non volevamo. In termini tecnologici, quanti programmi ci hanno scaricato dentro senza chiederci il permesso? Programmi che poi si sono travestiti come nostro carattere. Ma noi siamo solo il nostro carattere o anche altro?
Un primo grande passo è conoscere quello che nell’insegnamento del grande filosofo, scrittore e mistico di origini greco-armene Georges Ivanovic Gurdjeff veniva designato con il termine di ricordo di se’.
Ho conosciuto questo insegnamento quasi una ventina di anni or sono praticamente in contemporanea con il mio incontro con la tradizione alchemico spagirica mediterranea e per il sottoscritto è stata una vera e propria folgorazione. Anzi un vero e proprio innamoramento.
Secondo questo insegnamento l’uomo anche quando sembra sveglio e compie le sue abituali occupazioni in realtà sta in qualche modo dormendo perché non ha coscienza di se’ e svolge le sue azioni in modo meccanico. Vedo di spiegarmi meglio. Secondo quest’ottica che poi è verificabile da chiunque abbia un minimo di voglia di guardarsi realmente allo specchio, tutta la vita dell’uomo si svolge nella meccanicità e da reazioni che si producono in modo automatico senza partecipazione cosciente.
Facciamo un esempio. Io da piccolo sono stato aggredito da un un bel pastore tedesco. Da grande ogni volta che vedo un cane simile, o magari anche solo sentendone l’abbaiare, tutto il mio sistema va in allerta perché ricorda l’avvenimento spiacevole. Inizio a sbiancare, sudare o quant’altro. Io non sto agendo, ma sto reagendo in base a qualcosa che è successo. In qualche modo sono posseduto da un avvenimento precedente. Magari desidero avere un cane ma la paura me lo impedisce a causa di questa memoria traumatica. Non sto valutando il presente per come è ma sto interpretando in base a qualcosa che è accaduto e di libertà vera non vi è neppure l’ombra. Ovviamente questo è un esempio banale ma è solo per dare un’idea. Sono nato in una famiglia che è di un certo colore politico e io idem. E’ scelta mia oppure è un condizionamento che non so nemmeno di avere? E vi assicuro che quando si comincia il viaggio è come aprire un vaso di pandora. Vi è crisi, tutto viene messo in discussione. Noi abbiamo paura delle crisi ma vale la pena qui ricordare che etimologicamente deriva dal greco krisis, che significa scelta quindi non come qualcosa di necessariamente negativo come invece siamo abituati a pensare. Opportunità di rivedere il mio modo di pensare, di cambiare gli schemi e in un certo qual modo rinascere. Lo stesso Gesu’ quando invita alla “conversione” usa il termine metanoèite che non significa affatto convertitevi come lo intendiamo noi ma cambia, capovolgi in maniera radicale il tuo pensiero. In altre parole cambiate mente. Come direbbero gli alchimisti iniziamo a separare il puro dall’impuro o il sottile dallo spesso. O detto in termini più’ interiori iniziamo a discernere ciò che ci appartiene davvero nel cuore e nell’anima da quello che invece ci è stato messo da altri e dal sistema in cui viviamo. Chi di noi non ha sperimentato in un momento in cui è necessaria una mente lucida e calma l’emergere di emozioni incontrollate che non siamo riusciti a calmare? Dov’era la nostra tanto declamata libertà in quei momenti? Uno ci offende e noi reagiamo…affrontiamo un esame all’università e l’ansia non ci permette neanche di aprire bocca…ci ripromettiamo di non pensare a quella cosa e invece i pensieri e le fantasticherie ritornano ancora più forti…dov’è la libertà qua? Noi pensiamo che tutto questo sia normale perché siamo cresciuti vedendo che tutti attorno facevano così…Ma si sa, in un mondo di malati chi è sano appare folle. E allora io dico siamo folli più che mai e forse un giorno capiremo il vero significato di alcune frasi evangeliche come ama i tuoi nemici, porgi l’altra guancia, se uno ti costringe a farne un miglio fanne due eccetera…per non parlare poi delle famose beatitudini. Ma qui non mi addentro perché apriremo davvero un capitolo troppo grande che non può certo essere liquidato in poche righe. Chi ha occhi per vedere non può non accorgersi come siano tutte affermazioni che stimolano l’uomo a seguire la via che contrasta ciò che faremo abitualmente. Tutto il vangelo è un invito a uscire dalla meccanicità, a seguire la via più dura. O almeno apparentemente dura. Solamente a distanza di anni sto iniziando a capire o meglio intuire il profondo significato nascosto dietro al consiglio di un saggio alchimista che anni fa mi disse: quando hai davanti due vie e non sai quale scegliere, scegli sempre la via più difficile. Evidentemente grandi sforzi, grandi ricompense. Ma torniamo ora al concetto di ricordo di se’ per un breve approfondimento.
Il ricordo di se è un’attenzione che viene portata con certe modalità e in certi momenti della giornata all’interno di noi stessi mentre compiamo le nostre abituali azioni. Non richiede di separarsi dal mondo e di meditare, anzi il contrario. Portare il sacro fuoco della presenza nelle normali azioni quotidiane. Più facile a dirsi che a farsi. Il bello di questo insegnamento è che non richiede adesione cieca o fede. Non dovete credermi. Dovete sperimentare. Solo toccando con mano la profondità del nostro sonno possiamo capire quanto urge svegliarci e quanta importanza rivesta. In alchimia si dice I CONTENUTI VANNO VERSATI IN TERRA e nulla è più pratico di questo. Se io vi dessi ad esempio questo esercizio: per una settimana sii presente a te stesso ogni qual volta ti vesti e ti svesti. Cioè vuol dire essere presente a me stesso in quel momento avendo la mente che non divaga sapendo che in quel momento mi sto togliendo la camicia o mettendo i pantaloni. Voi pensereste che è la cosa più semplice del mondo e che lo fate sempre. Provate a farlo. E vi accorgerete di quanto vi dimenticate e quante volte vi trovereste a chiedervi: ma dov’ero io mentre mi vestivo? perché non ricordo di essermi vestito? L’utilità di questi esercizi è mostrare questo e creare quel fenomeno che in termini tecnici viene chiamato attenzione divisa, ossia una parte di me che osserva un’altra parte di me o io che osservo ciò che sto compiendo senza divagazioni mentali. E’ la genesi del famoso osservatore o testimone imparziale di cui trattano le varie tradizioni spirituali e nascosto sotto simbolismo anche in alcuni brani del vangelo. Creare un attrito tra i due diversi stati di coscienza (o meglio tra l’incoscienza e un inizio di coscienza). Tra il prima e il poi. E’ questo attrito che sveglia, che fa uscire dalla meccanicità. Paradossalmente la funzione di questo esercizio cessa quando ci ricordiamo tutte le volte. Allora si cambia esercizio altrimenti si ricade nella meccanicità. O detto in altri termini si ricade nel sonno. Ovviamente ho molto semplificato la questione ma per avere un’idea seppur per sommi capi è sufficiente. In stato di meccanicità noi ci sposiamo, cambiamo lavoro, facciamo figli e rivoluzioni…col rischio di chiedersi un giorno MA DOV’ERO IO MENTRE FACEVO QUESTE COSE? questi esercizi sono semplici, ma non banali. Giova tenere sempre a mente che i segreti più elevati si trovano nella semplicità. Si può parlare di risveglio e spiritualità finché si vuole ma senza basi solide è come costruire sulla sabbia. Come ben ricordavano gli indiani d’America più un albero vuole andare verso l’alto più deve spingere le sue radici in profondità. La pratica del ricordo di sè’ è indubbiamente una delle radici da cui non si può prescindere.









