Rapporto vita/morte. O meglio una morte pervasa di vita pare essere il tema dominante nelle opere di Enzo Cucchi.
Scene apparentemente banali ma invece pregne di significati profondi. In Gocce di terra un animale morto da poco giace sul terreno attorniato da teschi umani. In Paesaggio barbaro ancora teschi umani e la presenza da una parte di un uccello bianco che probabilmente cerca del cibo nel terreno e dall’altra un altro uccello che si erge maestoso pronto a spiccare il volo. Lo sfondo di tutto la terra. La nostra amata terra. Ma ci siamo mai fermati veramente a pensare cos’è la terra? Si certamente è colei che ci sostiene e ci dà la vita ma è anche quella che accoglierà le nostre spoglie dopo morti. In due quadri i colori sono accesi, variano dal rosso all’arancio. Rosso come il sangue che fuoriesce dall’animale in decomposizione su gocce di tela e che bagna il terreno e rosso è anche il colore dell’uccello con le ali aperte in Paesaggio barbaro. Uccello strano, quasi mitologico potremmo dire. A fare un azzardo potremo anche pensare all’araba fenice, il mitico uccello che ricrea se stesso dalle proprie ceneri.

Il rosso, dunque, colore della morte e della vita o più precisamente il colore che lega vita e morte. Rimanda al simbolismo del sangue. Questo liquido così prezioso, la cui importanza è stata celebrata da varie religioni, cosmogonie e tradizioni sapienziali di ogni latitudine. Sangue come simbolismo della vita. Potremo dire che quasi universalmente la vita è stata identificata con il sangue, o si credeva che nel sangue vi fosse la vita. Sangue legato all’anima e alle memorie ancestrali legate ad esso. Pensiamo al nostro detto popolare “Il sangue non è acqua” come a voler enfatizzare le proprietà particolari di questo liquido. Pensiamo all’uso rituale del vino nella liturgia cristiana a simbolizzare il sangue di Cristo. Lo stesso Cristo potremo vederlo legato al mito della fenice. II donare se stesso e la susseguente rinascita dalla morte. Ma questo ci porterebbe lontano.
Tornando alla terra quanti di noi si sono mai fermati a pensare un attimo che in fondo noi stiamo vivendo in un immenso grande cimitero a cielo aperto? Questo ricordano con forza le opere del Cucchi.
La nostra carne è destinata a nutrire il terreno che ci ha sostenuto quando eravamo in vita. Noi mangiavamo i suoi frutti. Ora è lui che si ciba di noi. E qui emerge con forza il concetto di ciclo.
La vita paradossalmente è possibile solo se esiste la morte. Divenendo parte del terreno diveniamo nutrimento per le piante, che a loro volta verranno mangiate dagli uomini e dagli animali e così via. In questo vi è un grande mistero e grandi spunti di riflessione. Senza piante non può esservi vita come ben sappiamo.
Forse è per questo motivo che la pianta sin dagli albori dell’umanità è considerata come il trait d’union tra il cielo e la terra e si ritrova come simbolismo in svariate mitologie e in svariati testi sacri. Pensiamo per esempio all’albero del bene e del male o all’albero della vita presenti nella Bibbia.
Queste opere ci invitano a riflettere profondamente riguardo il nostro rapporto con la terra poiché in fondo si tratta del nostro rapporto con noi stessi e con i nostri morti. Che rapporti abbiamo con essa? “Da come tratti la terra ti dirò chi sei” potremo dire prendendo a prestito le parole da un famoso detto popolare. E si può aggiungere da come tratti la terra, ti dirò che rapporti hai con te stesso, i tuoi simili, la tua morte e la loro morte. Ognuno nel suo intimo è invitato a riflettere su questo.
Anche sul simbolismo dell’uccello vi è qualcosa da dire.

Un uccello, l’aquila, è il solo animale, si dice, che può guardare direttamente il sole senza danno. E se il sole è sempre stato il simbolo della più alta spiritualità, del cuore umano inteso come crogiuolo d’amore, ecco che il passo è breve e diventa facile associare l’uccello allo spirito. Lo spirito santo infatti nella tradizione cristiana viene raffigurato da una colomba. “I voli dello spirito” si dice.
Interessante assai è dunque questa associazione di Enzo cucchi nei suoi dipinti, tra cadaveri, teschi, terra e uccelli. Uccello bianco reale da una parte che rimanda al concetto di terreno che accoglie i resti di ciò che visse e che li trasmuta in cibo per i nuovi viventi e dall’altra uccello ideale che rimanda ai richiami dello spirito. Vita morte intessute insieme come è stato esposto anche nel commento delle opere del Barrot.
Le immagini del Cucchi come quelle di ogni artista, emergono dalle profondità dell’inconscio e proprio per questo risultano particolarmente interessanti queste correlazioni “spontanee” nelle sue opere. Magari potremmo scoprire che in ognuno di noi dorme una saggezza più profonda che conosce di “suo” cose che la nostra mente ordinaria non pensa di sapere.

Guardando l’opera Gocce su tela possiamo anche fare una riflessione importante sul tema della dissoluzione della carne, o detto in maniera più brutale sulla decomposizione del cadavere. Evento inesorabile, fino a lasciare solo le ossa. E poi nemmeno quelle. “Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai” è scritto nella sacre scritture. Un teschio, uno scheletro tutti lo reggiamo abbastanza facilmente. Ma un corpo che si sta disfacendo? Un corpo che non è più il corpo di prima ma neanche lo scheletro rappresenta una zona nebulosa e anche qui possono valere le stesse considerazioni fatte sulle zone di confine e presentate nel commento precedente. E’ una zona che potremmo definire “tabù”. Lo consideriamo un processo ripugnante, da tenere il più lontano possibile dalla vista. Eppure è un processo naturale anche questo. Ed è bene ricordare che in altre parti del globo non è così. Uno dei grandi meriti dell’antropologia è mostrare le differenze esistenti tra vari popoli e culture. Non per giudicare o per affermare che uno è superiore all’altro o viceversa. Ma solo per mettere in luce le differenze. L’umanità in fondo è come un diamante che seppur con mille sfaccettature è sempre l’umanità. E se riusciamo a rapportarci al diverso in atteggiamento di accoglienza, per quanto le sue usanze possano essere lontane dalle nostre, tutto questo alla fine si risolverà in un processo di crescita e ampliamento della coscienza. Pensiamo al rituale del famadihana in alcune aree del Madagascar dove ogni tot di tempo i morti vengono dissotterrati e portati in giro per il villaggio; oppure in Indonesia, presso i Toraja dove possono passare anche mesi o anni prima del rito funebre e i morti vengono tenuti in casa.
Da ultimo, ma non per questo meno importante, è da segnalare la presenza di questi teschi anonimi dispersi sul terreno. Sempre più di uno nelle opere presentate. Come a sottolineare il destino comune che ci attende. Come diceva Totò “la morte è una gran livella” e non si ferma davanti a niente e nessuno. Belli o brutti, ricchi e poveri, di fronte a lei siamo tutti uguali.
Il fatto che ci siano più teschi potrebbe indicare che le differenze che vi erano in vita ora non esistono più. D’altronde sarebbe interessante chiedersi come mai nell’immaginario collettivo la parte dello scheletro che viene più rappresentata e che suscita le emozioni più intense sia il cranio. Perché non un femore, una clavicola o una vertebra? La risposta potrebbe essere per il fatto che quando viviamo i caratteri più pregnanti della nostra individualità, del nostro essere unici e irripetibili sono riscontrabili nel volto. Certamente anche il nostro corpo è unico e irripetibile, ma l’importanza dei caratteri del volto è primaria. Il volto come interfaccia con il mondo. Attraverso il volto ci presentiamo al mondo e veniamo riconosciuti. Nel volto identifichiamo la nostra immagine. Davanti ad un teschio sgomento. Ci viene tolta la possibilità di essere identificati e identificare. Veniamo confusi con il resto. E questo è un altro senso della “morte come livella”.Nelle simbologie antiche questi concetti di ciclo e di vita che torna a se stessa attraverso la morte così magistralmente raffigurati dal Cucchi erano condensati in un unico simbolo, ossia quello dell’uroboros il serpente che si mangia la coda formando la ruota cosmica o se guardiamo al sud America il serpente piumato quetzalcoatl dove l’unione del serpente (terrestrità) e piume (i cieli) risultano ben evidenti. A dimostrazione forse che certe nozioni sono patrimonio dell’inconscio del singolo come quello collettivo dell’umanità. Il grande Jung infatti non a caso parlava di “inconscio collettivo”, come una sorta di banca dati delle memorie dell’umanità.
Questo articolo fa parte di una raccolta di brevi saggi da me scritti nell’occasione del master in “Death studies & the end of life” frequentato presso l’Università di Padova nell’anno accademico 2017/18. Non mi resta che augurarvi una piacevole e proficua lettura con la parte 2.









